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Focus economia

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NEW Season 1 Oct 14, 2026

Centro Studi Confindustria: stima Pil 2026 alzata a +1%, il 2027 resta a +0,6%

Presentato oggi il rapporto di autunno con le previsioni economiche degli economisti di via dell'Astronomia. Una crescita del pil per il 2026 all’1%, sopra le attese indicate a marzo. Un dato positivo dovuto al buon andamento dell’economia italiana nella prima metà dell’anno, al contributo del Pnrr, (+0,5 punti nel 2026, spingendo soprattutto gli investimenti), al contenuto trasferimento dei rincari energetici agli altri beni e servizi, al rincaro inferiore alle aspettative del prezzo del petrolio. Ma è una «crescita fragile, tra shock internazionali e sfide per le imprese»: nel 2027 l’economia dovrebbe rallentare e la stima per il pil si ferma allo 0,6% per effetto della debolezza della fase finale del 2026 e di un recupero solo moderato a inizio anno. È lo scenario del Rapporto di previsione del Centro studi di Confindustria. Energia, inflazione e tassi frenano la crescita. L’ipotesi alla base dello scenario è che dopo le elezioni Usa di midterm si trovi una soluzione alla guerra tra Stati Uniti e Iran, come annunciato da Trump, e che da gennaio i transiti attraverso Hormuz riprendano con normalità. Un fattore determinante, dal momento che l’energia resta «la principale vulnerabilità dell’economia italiana». Secondo il Centro studi con un Brent a circa 126 dollari al barile in media annua nel 2027, rispetto ai 75 dello scenario di base e ai 94 di quest’anno, «la crescita del pil prevista per il 2027 si potrebbe annullare». Lo stesso accadrebbe con il prezzo del petrolio in media a 115 dollari al barile e quello del gas a 89 euro mwh (invece dei 58 dello scenario base). Facciamo il punto con Alessandro Fontana, direttore del Centro studi di Confindustria. Ex Ilva, cassa integrazione prorogata fino a giugno. È sciopero a oltranza. Meloni: «Situazione drammatica» Terza giornata di mobilitazione in tutti gli stabilimenti dell'ex Ilva di fronte alle risposte del Governo ritenute insufficienti. A Taranto si fermano strade e impianti, a Genova gli operai piantano le tende davanti alla prefettura. Senza intenzione alcuna di rompere le righe e, anzi, con l’obiettivo dichiarato di proclamare scioperi a raffica qualora non arrivassero «risposte adeguate» dal governo. E, fin ora, quelle arrivate non sembrano essere state giudicate all’altezza. Lo sciopero nazionale in tutti gli stabilimenti dell'ex Ilva è in corso da lunedì 12 ottobre. L'agitazione era stata inizialmente proclamata dai sindacati (Fim, Fiom, Uilm e Usb) per una durata di 24 ore, ma la protesta si è trasformata in uno sciopero a oltranza. Nella giornata del 13 ottobre, le sigle sindacali hanno infatti indetto ulteriori 48 ore di stop a causa delle mancate risposte ritenute soddisfacenti da parte del governo, estendendo i blocchi, i cortei e i presidi a oltranza sia a Taranto che a Genova. La prima risposta dell’esecutivo è contenuta in un decreto approvato dal Consiglio dei ministri, martedì 13 ottobre, che rafforza la cassa integrazione fino al 30 giugno 2027, mantiene gli impianti dell’area a caldo in preriscaldo e la promessa di nuove misure per attrarre investimenti e ricollocare i lavoratori. La seconda risposta – che ha generato una spaccatura nell’Aula del Senato – è arrivata direttamente dalla premier, Giorgia Meloni, mentre replicava a Palazzo Madama in vista del Consiglio europeo. La premier ha definito «drammatica» la situazione ereditata dal governo al momento del suo insediamento. «Non era stato risolto il problema, ce lo siamo caricati noi», ha detto, rivendicandola decisione di estromettere il precedente socio di

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